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In primo piano, La Parola del Vescovo, Vita Diocesana

“La famiglia come nucleo delle realtà in cui operiamo”

Una pastorale familiare che abbracci l’intera Diocesi e, trasversalmente, attraversi tutte le sue componenti guardando a quello che, di fatto, è il nucleo della realtà in cui si vive e si opera, come ad un momento importante e fondante della società. Questo, sinteticamente, potrebbe essere l’auspicio del Vescovo, monsignor Serafino Parisi, per la Chiesa lametina, espresso nel corso dell’incontro con il Consiglio episcopale, i Vicari foranei, ed i direttori degli Uffici di Pastorale, che, mensilmente, rappresenta un momento di confronto e di formazione nel corso del quale, oltre a fare il punto sulle varie attività messe in campo in Diocesi, si affrontano temi di attualità. Ed in un momento in cui la famiglia sembra essere vista come un qualcosa di lontano, estraneo, “fuori moda”, la Chiesa di Lamezia intende puntare su di essa intesa come “luogo dell’incontro, della condivisione, dell’uscire da sé stessi per accogliere l’altro e stargli vicino”, come aveva sottolineato papa Francesco nel X incontro mondiale delle famiglie, e come “primo luogo dove si impara ad amare”. Attenzione alla famiglia, ma anche alle varie forme di disabilità, alla malattia, agli ultimi ai quali bisogna guardare con attenzione, rispetto, amore, servizio, come “Ostie consacrate” poste nei loro ostensori. Ed in questo diventa importante e fondante il contributo e l’opera che i Vicari episcopali e foranei quotidianamente mettono a disposizione della Diocesi perché si cammini insieme, per il bene comune di una Chiesa che vuole porsi in ascolto dell’altro, per essere sempre più aperta sul mondo ma anche testimonianza concreta per le realtà in cui ciascuno opera nella convinzione che “essere cattolici non deve essere una costrizione, ma una scelta consapevole”. Saveria Maria Gigliotti The post “La famiglia come nucleo delle realtà in cui operiamo” first appeared on Lamezia Nuova.

Caritas

Caritas; prorogati termini presentazione domande servizio civile

Proroga dei termini per la presentazione delle domande di servizio civile universale Con decreto del Capo del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale n. 163/2025 del 17 febbraio 2025, è prorogato al 27 febbraio 2025, ore 14.00, il termine di presentazione delle domande di servizio civile universale previsto dall’art. 5 del Bando per la selezione di 62.549 operatori volontari da impiegare in progetti afferenti a programmi di intervento di Servizio civile universale da realizzarsi in Italia e all’estero, pubblicato sul sito del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale in data 18 dicembre 2024. Conseguentemente, il termine ultimo per la trasmissione e la consegna, da parte degli enti, delle graduatorie dei giovani selezionati, di cui all’art. 7 del sopra citato Bando, è prorogato al 26 giugno 2025. Tutte le informazioni tecniche sul Bando sono disponibili sul sito del Servizio Civile. Gli aspiranti operatori volontari devono presentare la domanda di partecipazione esclusivamente attraverso la piattaforma Domanda on Line (DOL) raggiungibile tramite PC, tablet e smartphone all’indirizzo //domandaonline.serviziocivile.it Per accedere ai servizi di compilazione e presentazione domanda sulla piattaforma DOL occorre essere riconosciuto dal sistema. I cittadini italiani residenti in Italia o all’estero possono accedervi esclusivamente con SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale www.agid.gov.it/it/piattaforme/spid sono disponibili tutte le informazioni su cosa è SPID, quali servizi offre e come si richiede. Per la Domanda On-Line di Servizio civile occorrono credenziali SPID di livello di sicurezza 2. I cittadini di Paesi appartenenti all’Unione europea e gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, se non avessero la disponibilità di acquisire lo SPID, potranno accedere ai servizi della piattaforma DOL attraverso apposite credenziali da richiedere al Dipartimento, secondo una procedura disponibile sulla home page della piattaforma stessa. I cittadini extra comunitari regolarmente soggiornanti in Italia al momento della presentazione della domanda On-Line devono obbligatoriamente allegare, oltre ad un documento di identità valido, anche il permesso di soggiorno in corso di validità o la richiesta di rilascio/rinnovo dello stesso. CARITAS DIOCESANA LAMEZIA TERMETITOLO DEL PROGETTO: IN CAMMINO CON GLI ULTIMI-CALABRIA SEDI DEL PROGETTO: Mensa Diocesana Caritas – Cod. 204441  Centro Interculturale INSIEME – Cod. 182699 Come si accede ai progetti di servizio civile della Caritas Italiana L’accesso e la selezione dei progetti di servizio civile della Caritas Italiana vengono curati dalle Caritas diocesane, secondo le modalità previste dal Sistema di reclutamento e selezione accreditato presso il Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale. È opportuno quindi contattare quanto prima la Caritas diocesana di riferimento (elenco e recapiti su questo sito) per avere informazioni aggiuntive sul percorso di accesso e selezione e per conoscere meglio i progetti. In generale, occorre tener conto che, per accrescere la conoscenza reciproca e garantire la massima informazione sui progetti e sull’Ente, il percorso che proponiamo a tutti i candidati è il seguente:  un colloquio preliminare (anche prima della scadenza del bando),  un piccolo tirocinio presso le sedi di attuazione del progetto, per vedere in concreto cosa si propone (possibilmente prima della scadenza del bando),  un corso propedeutico in cui vengono date altre informazioni sulla Caritas e sul progetto e che rappresenta il primo momento di selezione ufficiale (dopo la scadenza del bando). Suggeriamo, quindi, di inoltrare la domanda formale solo dopo aver contattato la Caritas Diocesana (al numero 0968 22450 o recandosi allo sportello del Centro Interculturale “Insieme” i martedì dalle ore 09,00 alle ore 12,00 e i giovedì dalle ore 15,30 alle ore 18,30) la quale fornirà tutte le informazioni utili e aiuterà l’aspirante volontario a scegliere il progetto e la sede più adatti, nonché a compilare la domanda. Per i progetti all’estero realizzati dalle Caritas diocesane non è prevista la possibilità di tirocinio. Si consiglia vivamente di contattare la Caritas diocesana per ottenere maggiori informazioni. Caritas Italiana propone direttamente alcuni progetti di servizio civile all’estero (progetti “Caschi bianchi”), per i quali non è prevista la possibilità di tirocinio. Si consiglia vivamente di contattare la Caritas Italiana per ottenere maggiori informazioni, scrivendo a: serviziocivile@caritas.it The post Caritas; prorogati termini presentazione domande servizio civile first appeared on Lamezia Nuova.

Caritas

Formazione Caritas; “Prenderci cura di noi e del nostro servizio per prenderci cura dell’altro”

Si svolgerà domani con inizio alle ore 16 nell’auditorium del complesso interparrocchiale San Benedetto il secondo incontro di formazione organizzato dalla Caritas diocesana. Si tratta di una “proposta formativa, di ascolto, di dialogo e di condivisione di esperienze – spiega il direttore della Caritas diocesana, don Fabio Stanizzo -, dedicato ai volontari ed agli operatori Caritas diocesani e parrocchiali perché, per prenderci cura dell’altro, dobbiamo prenderci cura di noi e del nostro servizio. Solo così possiamo farci prossimi ed essere ‘pellegrini di speranza’. Il nostro, poi, vuole essere anche un cammino all’interno delle varie realtà parrocchiali che animano il territorio diocesano e, proprio per dare a tutti la possibilità di partecipare e di portare il personale contributo, abbiamo pensato di fare incontri itineranti nelle Vicarie”. Domani sarà la volta delle parrocchie della città e rientranti nella Vicarie della città. Saveria Maria Gigliotti   The post Formazione Caritas; “Prenderci cura di noi e del nostro servizio per prenderci cura dell’altro” first appeared on Lamezia Nuova.

In primo piano, Vita Diocesana

“Una primula per la vita” della parrocchia San Francesco di Paola

L’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes si celebra, ogni anno ormai dal 1992, la Giornata Mondiale del Malato, a cui seguirà il prossimo 6 aprile il Giubileo degli Ammalati e del Mondo della Sanità. Consapevoli del fatto che solo in punta di piedi è lecito accostarsi al cuore di una donna o di un uomo ammalato, solo in punta di piedi e sentendo nel proprio cuore che quella fragilità misteriosa del corpo di un altro è un’esperienza condivisa, e allo stesso tempo una vicenda personale e incomunicabile, abbiamo accolto ancora una volta l’invito dei nostri Parroci, i Frati Minimi di San Francesco di Paola, a vivere un’ulteriore esperienza insieme al gruppo giovanile della Parrocchia. Il motto che ci ha guidati è stato quello del nostro Santo Patrono, che diceva di compiere “ogni cosa per amore e niente per forza”, mettendoci tutto il nostro cuore. È così che, interpretando le parole di Papa Francesco (“uscite per le strade delle vostre parrocchie e andate a cercare gli anziani che vivono soli. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio”) abbiamo visitato gli ammalati, in maniera nuova rispetto al nostro solito (quando sistematicamente portiamo loro l’Eucarestia), insieme ai giovani della Parrocchia che, a partire dall’Avvento, stanno facendo un percorso formativo sui temi del Volontariato e della Carità, che li conduce a comprendere sempre più che il luogo privilegiato in cui si manifesta, cresce e si esprime la carità è l’incontro. Educare alla carità è una sfida meravigliosa: è cercare di proporre atteggiamenti e sguardi che con semplicità sappiano trovare concretezza negli incontri di tutti i giorni, all’insegna dell’amore che si fa relazione. Ecco perché i nostri Frati Minimi e gli educatori del gruppo giovani hanno pensato di proporre loro di fare visita agli ammalati della parrocchia, accompagnati dai Ministri straordinari dell’Eucarestia, per incontrarli in un momento ordinario dell’anno: la carità ha, infatti, il passaporto per qualunque luogo di vita, non può essere isolata e ghettizzata solo in quegli eventi straordinari che, per quanto ricchi e fecondi, rappresentano una piccola percentuale dell’attività relazionale (attività di volontariato, viaggi di solidarietà, …). Ben volentieri noi Ministri straordinari abbiamo accolto la loro proposta, perché abbiamo notato interesse, motivazione e curiosità a vivere questa esperienza, peraltro arricchente e valida anche per noi. Nel periodo di Natale, come segno tangibile, hanno portato nelle case la calda Luce di Betlemme; per la XXXIII Giornata del malato, che quest’anno ha avuto come tema “Prendersi cura di lui”, a questi fratelli e sorelle hanno offerto una piantina di Primula. “Una Primula per la Vita”, come segno di speranza, conforto, solidarietà e carità, come testimonianza concreta dell’Amore di Dio verso di loro che sono nel bisogno e nella necessità di parole, visi, sguardi, sorrisi, freschi e sinceri di gioventù. “Descrivere la gioia, la gratitudine e l’attenzione dimostrata da questi cari ammalati non è semplice – dichiara Tina Di Cello  – , certe situazioni bisogna viverle di persona, farsi prossimi a chi soffre dando vicinanza e solidarietà, per essere strumenti di speranza e di conforto, testimoni della misericordia di DIO come ci ricorda sempre il Papa. L’empatia dimostrata dai giovani ha reso facile, anche nei casi più difficili, gli incontri. Pregare insieme, ascoltarsi a vicenda, salutarsi affettuosamente e promettere di ritornare è la dimostrazione concreta di quanto sono ben accetti questi momenti sia da parte dei giovani che degli anziani, oltre che dai loro familiari che, in alcuni casi, insieme alle persone che li accudiscono, hanno partecipato spontaneamente e ne sono stati grati ed entusiasti. È auspicabile che di questi momenti se ne organizzino spesso per educare alla fraternità e alla costruzione di legami tra generazioni, considerato che tali valori si stanno svilendo”. “‘L’essere anziano è un dono di Dio e la ricchezza degli anni è un tesoro da valorizzare’ –afferma Maria Grazia Ferragine  – . Questa esperienza con i giovani è stata davvero meravigliosa ha toccato il cuore di tutti, soprattutto dell’anziana ammalata che abbiamo incontrato insieme ai nostri giovani. Riuniti tutti in preghiera era come fossimo un tutt’uno nel lodare il Signore, gratificati di tanta grazia ci siamo ripromessi di ripetere l’esperienza”. Per Rina Vescio, “questi due incontri (il primo è stato quando abbiamo portato la Luce di Betlemme) li ho trovati molto significativi e pieni di emozioni sia per gli anziani che per i giovani. Ogni incontro è iniziato con un timido saluto per poi continuare con domande, ricordi, racconti di vita, qualche preghiera, un canto. Da ripetere”. Parole alle quali si aggiungono quelle di Titina Pullia, che parla di “bellissime esperienze, grande l’entusiasmo e l’emozione degli anziani e dei giovani che hanno ascoltato con interesse e ammirazione le loro parole e preghiere. È da ripetere”. “Queste iniziative si sono rivelate positive per l’incontro dei giovani con gli ammalati della nostra parrocchia – afferma Maria Luisa Greco  -. Ragazzi belli e solari, convinti di conoscere persone con molte fragilità; si sono presentati al capezzale degli ammalati con la naturalezza e la gioia provenienti dalla loro età. Hanno spiegato il motivo della loro presenza e dei loro gesti. Gli ammalati a loro volta hanno aperto i loro cuori, non potevano farsi sfuggire queste occasioni. Una in particolare ha raccontato che buona parte della sua vita l’ha utilizzata a servizio della Chiesa in tutte le mansioni. Si è stabilito un clima di fiducia reciproca, alcuni fra le righe hanno espresso il concetto di sofferenza e solitudine che si vive nella malattia e il bisogno di sentirsi uniti e solidali in questo percorso particolare di vita. I ragazzi sono rimasti ammirati dall’accoglienza e dalla forza che traspare nella fragilità”. “Ho accettato volentieri di accompagnare i giovani in questa esperienza d’incontrare gli ammalati – conclude Gasperino Famularo  -, perché devono conoscere la realtà della fragilità a cui si va incontro con il passare del tempo. Sono rimasti contenti per l’accoglienza e gl’insegnamenti ricevuti: l’accettazione della malattia e affrontarla con la fede e la preghiera continua. I malati hanno gradito la visita e li aspettano”.   I ministri straordinari dell’Eucarestia

In primo piano, La Parola del Vescovo, Sinodo, Vita Diocesana

“Esserci come comunità, aperti al mondo e parlando il linguaggio dello Spirito”

Essere presenti nel mondo ed essere presenti come comunità, con un atteggiamento di apertura, parlando “il linguaggio dello Spirito” che riconduce le diversità all’unità. Sono le tre sollecitazioni che il vescovo di Lamezia Terme, mons. Serafino Parisi, ha rivolto ai referenti parrocchiali del Sinodo all’inizio del momento di condivisione tra i rappresentanti delle parrocchie e il consiglio presbiterale sullo Strumento di lavoro pubblicato a conclusione dell’assemblea sinodale delle Chiese in Italia lo scorso novembre. Meditando sul passo degli Atti degli Apostoli che racconta l’effusione dello Spirito Santo sulla prima comunità nel giorno di Pentecoste, introducendo l’incontro, il vescovo Parisi ha sottolineato come “nella prima comunità cristiana, di fronte al fatto che Gesù era più presente fisicamente, c’erano ancora persone disposte a giocarsi la vita per testimoniare il Signore. Noi crediamo alla Resurrezione non perché abbiamo visto direttamente una tomba vuota, ma perché gli Apostoli ce lo hanno testimoniato. Questo ci consegna un messaggio: noi dobbiamo esserci come comunità. Di esperienze individuali o settarie non ne abbiamo bisogno. Esserci come comunità è l’elemento vincente”. Dal vescovo di Lamezia, un richiamo all’apertura universale “come i primi apostoli chiamati ad essere testimoni fino agli estremi confini della terra. Gli apostoli, con la forza dello Spirito, hanno la capacità di rompere il muro della paura e di aprirsi al mondo. L’apertura al mondo è il punto di forza della Chiesa, non l’arroccamento in una torre dorata. Il rischio, ancora oggi, come era presente  anche nelle vicende raccontate negli Atti degli Apostoli, è quello di rifugiarci in un atteggiamento autoconsolatorio, nella nostra comfort zone”. “E’ lo Spirito – ha proseguito Parisi – che sconvolge tutto, vince la paura e fa aprire al mondo. Lo Spirito è ciò che dà vita al popolo, è la passione di Dio per l’uomo. Lo Spirito provoca l’inversione di ciò che era avvenuto a Babele: se a Babele l’arroganza degli uomini che si illudevano di poter toccare Dio ha portato alla confusione e all’incomunicabilità, lo Spirito Santo riconduce le diversità all’unica lingua. E noi con questo dinamismo, come Chiesa, siamo chiamati ad essere presenti nel mondo e nella storia come comunità”. Prima delle sessioni laboratoriali, le delegate diocesane all’assemblea sinodale Cinzia Calignano, Natalina Parise e Veronica Vaccaro hanno ripercorso il cammino sinodale nella chiesa lametina, iniziato nel 2021 con la fase narrativa, e proseguito con la scelta del cantiere di Betania della diaconia e della formazione, in linea con l’avvio dei due percorsi formativi della scuola dei ministeri e della scuola biblica voluti dal vescovo Parisi. Tra le 17 schede del Sinodo, l’équipe sinodale della chiesa lametina ha scelto di proporre all’attenzione dei referenti le due schede riguardanti la partecipazione dei laici e il ruolo degli organismi di partecipazione. Gli esiti dei laboratori, a cui partecipano sacerdoti e laici delle diverse parrocchie della diocesi, confluiranno nella sintesi diocesana che sarà inviata alla segreteria nazionale del Sinodo. Il prossimo appuntamento sarà la seconda assemblea sinodale delle Chiese in Italia, in programma dal 31 marzo al 3 aprile a Roma. Le diverse tappe e i documenti del Sinodo sono disponibili sull’apposita sezione sul sito della Chiesa Italiana. https://camminosinodale.chiesacattolica.it Salvatore D’Elia The post “Esserci come comunità, aperti al mondo e parlando il linguaggio dello Spirito” first appeared on Lamezia Nuova.

Giubileo 2025, In primo piano, La Parola del Vescovo, Vita Diocesana

“La grandezza dell’uomo si vede quando riesce ad asciugare le lacrime degli altri”

“Il dolore e la sofferenza che toccano alcuni di noi, che toccano le persone più fragili, anziché metterli da parte, li espongono all’adorazione del mondo intero, come un grande ostensorio attraverso il  quale si rivela tutta la fragilità dell’umanità. A volte siamo noi che facciamo finta di non vedere la sofferenza, la malattia e il dolore. Siamo noi che, a volte, ci mostriamo indifferenti nei confronti di coloro che hanno bisogno, che sono dipendenti dalle nostre attenzioni, dal nostro servizio, dalle nostre cure. Il Signore li ama in un modo speciale. Senza trascurare coloro che stanno bene, il Signore guarda con una passione molto particolare coloro che hanno più bisogno di attenzione, di tenerezza e di cura.” Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che, nella XXXIII giornata mondiale del malato, ha celebrato l’Eucaristia in Cattedrale alla presenza degli ammalati accompagnati dai volontari Unitalsi e da rappresentanti di diverse associazioni. La celebrazione è stata tradotta nel linguaggio dei segni a cura della sezione lametina dell’Ente Nazionale Sordi, presenti alla funzione. “Noi veniamo, dentro il mondo e dentro la storia, dall’amore appassionato di Dio per l’uomo e tutto il nostro cammino sulla terra deve riportarci dentro il cuore innamorato di Dio – ha proseguito il vescovo Parisi – Ma dentro questo mistero dell’amore di Dio ci sono realtà dure da accettare: il peccato, il dolore, la morte. Il Signore non ci abbandona e ci dà la possibilità, da peccatori, di sentirci amati, di riprendere il nostro rapporto con Lui e con i fratelli. Anche la morte, realtà che ci accomuna tutti,  il Signore l’ha colmata di un grande significato: il desiderio di vivere bene, di vivere una vita significativa. Per chi è nella malattia, la possibilità di offrire le proprie sofferenze per il bene di tutti. Per chi sta bene, il senso della vita è quello di curare, nella carne stessa di chi soffre, la carne del Figlio di Dio”. “Entriamo alla scuola dell’amore di Dio affinché, qualora dovesse verificarsi la sofferenza, la malattia, la morte, il senso della nostra vita si troverà sempre nell’amore di Dio e nell’amore che riusciamo a dare ai fratelli nel servizio, nella disponibilità e nel prendersi cura degli altri – ha concluso Parisi –  Incoraggio, dunque, voi che vi prendete cura dei fratelli più fragili, a continuare a svolgere questo servizio. La grandezza dell’uomo non si vede quando mostra i muscoli, ma quando, magari con gli occhi pieni di lacrime, riesce ad asciugare le lacrime degli altri.” Al termine della celebrazione, il vescovo Parisi ha somministrato l’unzione degli infermi alle persone ammalate presenti. Salvatore D’Elia The post “La grandezza dell’uomo si vede quando riesce ad asciugare le lacrime degli altri” first appeared on Lamezia Nuova.

In primo piano, La Parola del Vescovo, Vita Diocesana

“Mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona”

    “Dietro la parola sanità ci sono tante persone ammalate ed è lì che dobbiamo intervenire ed operare con quella caratteristica che sa distinguere e mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona”. Questo, in sintesi, potrebbe essere il messaggio che il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha inteso lanciare stamani nel corso della Sana Messa da lui presieduta nella cappella dell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme, in occasione della XXXIII giornata mondiale del Malato. “Quando entro in un ospedale – ha detto monsignor Parisi – ho sempre la sensazione di entrare dentro un tempio, in una chiesa, perché qui c’è la parte dell’umanità più importante per noi in quanto l’uomo, l’umanità, che si trova dentro un letto di un ospedale è la rappresentazione concreta della nostra condizione” che “non è quella di chi è onnipotente”. Infatti, “la nostra condizione, anche quando stiamo bene, viene chiusa sempre dentro il grande cerchio del limite, della finitudine e della fragilità: io sto bene, ma dentro quel letto ci sono anche io. E questo discorso è talmente universale che supera quelle categorie affettive che spesso ci portano a giudicare e valutare ad attivarci. Io non sono interessato all’altro perché è mio parente, ma sono interessato all’altro perché in qualche modo c’è un legame e mi appartiene e perché è nella fragilità e nella piccolezza che si scopre la grandezza dell’uomo” ed “io devo intervenire con professionalità, competenza, coerenza e umanità, responsabilmente, per la cura della malattia.  Poi, c’è un altro passaggio che quella fragilità mi mette davanti ad uno specchio e io nell’ammalato ri-specchio la mia umanità, l’essere persona umana con una vitalità fortemente riconoscibile. E allora lì, lo sapete bene soprattutto voi che siete medici, paramedici, non curo più la malattia, lì mi prendo cura della persona”. “Ma, che cos’è la cura – ha chiesto monsignor Parisi -? La cura è l’intervento sulla malattia strettamente tecnico, professionale, professionalizzato e specializzato che mi consente, appunto, per quanto è possibile, di intervenire sul problema, ma non basta. A volte la gente da noi se ne va scontenta perché dopo la cura o insieme alla cura non riusciamo a prenderci cura della loro condizione, della loro situazione”. Infatti, “se la cura blocca – si spera – la malattia e quindi interviene sul presente, il prendersi cura interviene sul futuro della persona”. Prendersi cura, quindi, “significa farmi responsabile del futuro della persona che ho davanti a me: questo è il grande passo che siamo chiamati a compiere e qui non ci sono medicine, attrezzature o sovrastrutture che tengono. Qui c’è semplicemente la responsabilità che interpella direttamente il cuore della persona umana, il cuore del mondo”. Al termine della funzione religiosa, trasmessa in filodiffusione nei reparti, è intervenuto il direttore sanitario, Antonio Gallucci che ha ringraziato il Vescovo “per le parole importanti sul binomio tra curare e prendersi cura che la sua omelia ci ha regalato e che mi hanno toccato il cuore. È nella nostra umanità che si completa la nostra professione”. Saveria Maria Gigliotti The post “Mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona” first appeared on Lamezia Nuova.

In primo piano, Vita Diocesana

La “domenica social” della parrocchia San Raffaele

ll 9 febbraio, presso la parrocchia San Raffaele Arcangelo in Lamezia Terme, si è svolta una domenica “social”. Un gruppo di educatori di Azione Cattolica, di catechiste e di animatori dell’oratorio parrocchiale, insieme ad alcuni giovani della parrocchia Santa Maria delle Grazie di Lamezia, ha preso parte a un interessante incontro guidato da don Giovanni Fasoli, sacerdote dell’Opera Famiglia di Nazareth, educatore, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario, esperto in tematiche riguardanti l’adolescenza e le nuove tecnologie. L’intervento del sacerdote si è sviluppato attorno alla domanda: “Connessi o sconnessi?”. L’esperto ha catturato l’attenzione dei giovani invitandoli ad intraprendere un vero viaggio attraverso il mondo dei social e dei giochi online. L’approccio utilizzato con i ragazzi è stato molto coinvolgente; li ha fatti sentire parte di un universo digitale che non è solo caratterizzato da rischi (che sono stati opportunamente evidenziati), ma offre anche opportunità. Li ha stimolati a guardare oltre lo schermo, ricordando che “dall’altra parte dello schermo, c’è sempre un essere umano, reale, o più di uno” e a “considerare sempre le conseguenze delle loro azioni”. Alle 11.00 don Fasoli ha presieduto la celebrazione della S. Messa in parrocchia, cui è seguito un allegro momento di convivialità dei partecipanti alla formazione, con le suore salesiane presenti a San Raffale, suor Pia e suor Angela, il parroco don Giuseppe Montano e don Francesco Farina, che ha accompagnato i giovani di Santa Maria delle Grazie. In serata, don Fasoli ha parlato agli adulti, esortandoli a raccogliere la sfida di “connettersi” e instaurare relazioni con i giovani. Ha suggerito di proporre esperienze significative e affascinanti, in grado di colmare il “vuoto” che spesso caratterizza i nostri ragazzi. In sostanza, si tratta di aprire il “terzo occhio” e adottare uno sguardo esplorativo nei confronti del mondo giovanile. The post La “domenica social” della parrocchia San Raffaele first appeared on Lamezia Nuova.

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“La chiesa in un quartiere è quel punto che ti fa guardare dal presente verso il futuro e se non fa questo non è Chiesa”

“La chiesa in un quartiere è quel punto che ti fa guardare dal presente verso il futuro e se non fa questo non è Chiesa”. Così il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha concluso il suo intervento al convegno “La chiesa di San Giuseppe Artigiano in occasione del XXV anno della sua consacrazione” Un intervento, il suo, nel corso del quale monsignor Parisi, tra le altre cose, ha evidenziato come “in un quartiere inesistente, con una planimetria che presenta soltanto una visione generale dall’alto di una di una città che si sta mettendo insieme per costituire quello che ancora non è, Lamezia Terme, ad un certo punto si costruisce una chiesa che diventa l’elemento di aggregazione con alcune dinamiche che sono, per esempio, quelle religiose in quanto la chiesa è il luogo all’interno del quale si riunisce una comunità. Poi, intorno a questa chiesa cominciano a venire edificati dei palazzi, delle case: si comincia a strutturare un ambiente urbano, si inizia ad antropizzare quella planimetria che prima era semplicemente nulla. Allora, intorno a quella chiesa si crea un aggregato urbano che ancora presenta quella inquietudine della ricerca dell’altro come figlio, come fratello, senza ancora riconoscerlo”. Ed è in questo contesto che la chiesa diventa elemento centrale per “creare socialità, comunità, per vivere una comunione. Allora, quel desiderio umano di mettermi in relazione con l’altro che non passa, e non può passare, dalla vendita del fratello e dai riconoscimenti successivi, ma deve passare necessariamente dalla prossimità con l’altro, dentro questa dinamica la chiesa fa la sua opera d’arte: cioè quella di un aggregatore capace di indicare la possibilità di trasformare una massa amorfa in un popolo strutturato. E questo – ha concluso il Vescovo – è il quadro più bello che una chiesa, una parrocchia, può realizzare: quella, cioè, di far convivere queste espressioni diverse dell’arte e, dentro queste espressioni diverse dell’arte, ognuno con la propria caratteristica e con la propria sensibilità”. Un momento di riflessione, quindi, che ha permesso di ripercorrere anche i momenti salienti della storia di questa giovane parrocchia scanditi dalla relazione dell’architetto Francesco Volpe che ha tracciato, a grandi linee, quelle che sono state le indicazioni degli aspetti architettonici che, negli anni, hanno rappresentato gli elementi chiave nella realizzazione delle chiese: “Con l’avvento del cristianesimo – ha detto Volpe – l’edificio per il culto è inteso come luogo per la collettività, per la comunità dei credenti che si riunisce per condividere la ‘Fractio Panis’ e l’ascolto della verità rivelata attraverso l’annuncio del Vangelo. Per tale motivo il ‘luogo’ assume la duplice valenza di luogo della comunità e luogo della presenza di Dio; ciò gli conferisce quella dimensione totalizzante e assoluta percepita e attesa da ogni persona che lo fruisce. Fulcro centrale del rito della Santa Messa è il Mistero di Cristo, morto e risorto, ma anche Verbo Eterno che si manifesta agli uomini mediante la Parola; pertanto, il rito si articola nei due momenti salienti dell’ascolto della Parola e del Sacrificio Eucaristico. Le prime comunità di Cristiani, dunque, necessitavano di uno spazio dove ascoltare la Parola, con conseguente spiegazione dei significati da parte dei ministri, e di uno spazio dove celebrare il rito eucaristico”. Maurizio Carnevali, invece, nell’offrire la lettura iconografica dei dipinti che ha realizzato nella chiesa, ha raccontato della sua esperienza di “visione materialistica ma mai scevra di una buona dose di spiritualismo che ostinatamente ho ricercato nell’animo mio, degli uomini e, quindi, della chiesa” che è stata, poi, alla base della realizzazione delle sue opere che raccontano “Giuseppe, Maria, Gesù nello splendore della propria vita terrena assurgere ad esempi spirituali così alti da avvicinarsi a Dio. La mia prima preoccupazione – ha detto – fu quella di realizzare un’opera che potesse essere condivisa dalla Comunità. Quale sarebbe stata, dunque, la cifra attraverso cui giungere a tale obiettivo se non quella di adottare un linguaggio, per molti versi universale, che attingendo alla storia della pittura religiosa, mi avrebbe portato alla narrazione iconografica dei temi in questione. Ciò naturalmente avrebbe comportato porre in secondo piano quelle soluzioni estetiche che in quel preciso momento erano in atto nella mia personale ricerca e che si indirizzavano verso esiti sicuramente più informali. Fu una scelta che comunque non mi procurò grande sacrificio poiché ero ben consapevole che avrei in ogni caso trovato un punto di equilibrio fra le mie convinzioni formali e le aspettative non solo della committenza, ma soprattutto, dei fedeli che avrebbero posato il loro sguardo giorno dopo giorno nel tempo a venire sul mio lavoro”. Per don Vincenzo Lopasso che ha approfondito con nota teologica i temi trattati nelle vetrate con il racconto della vita di Giuseppe l’egiziano e di Giuseppe padre putativo di Gesù, nella chiesa di San Giuseppe Artigiano “convivono antico e nuovo testamento. In qualche modo – ha detto – si vogliono richiamare gli antefatti della storia della salvezza, trattare delle origini, nascoste in Dio, di san Giuseppe; in pratica, invitare a riscoprire il piano di Dio realizzatosi in san Giuseppe nella lettura delle pagine dell’Antico Testamento che narrano la storia del suo antenato, Giuseppe il patriarca. Secondo la genealogia di Gesù del Vangelo di Matteo Giuseppe è figlio di Giacobbe. Tuttavia non direttamente, perché Giacobbe, figlio di Isacco, sta a capo della genealogia che inizia con Abramo Paradossalmente, però, in Matteo 1,16 leggiamo che gli ultimi anelli della catena che avvicinano a Giuseppe furono Mattan e Giacobbe, ‘il quale generò Giuseppe, lo sposo di Maria’. Se non può trattarsi del figlio di Abramo, menzionato all’inizio della genealogia, perché si nomina il padre di san Giuseppe con il nome di Giacobbe? Tale domanda è d’obbligo perché nella genealogia secondo Luca il padre di san Giuseppe è menzionato con il nome di Eli (Lc 3,23). Che Matteo abbia voluto presentare san Giuseppe alla luce dell’altro, figlio del patriarca Giacobbe?”. Ad apertura dell’incontro, il prefetto di Catanzaro, Castrese De Rosa, nel salutare i presenti, ha parlato del “senso di comunità che noi dobbiamo sempre più sviluppare. Siate vicini ai nostri sacerdoti – ha aggiunto –

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Vescovo ha benedetto la cappella della casa dei missionari della e sulla strada di Missione Belem

Una vera e propria “missione di strada” quella che quotidianamente svolge, anche nella nostra Diocesi, la missione Belem che ha sede a Platania e che da anni porta avanti la sua opera di evangelizzazione tra gli ultimi. Nata in Brasile, dove oggi ci sono 170 case di accoglienza, la sua opera si è diffusa in tutto il mondo con la creazione di questi luoghi che ospitano “gli ultimi” e dove la Parola di Dio è il centro da cui ripartire con la propria vita per “vivere una vita nuova: Si tratta di una grade famiglia – spiegano dalla Missione – per chi non ha famiglia”. “Non sono cliniche – tiene a precisare suor Maria Vittoria, 31 anni di Sassuolo -, ma si tratta di case dove sono accolti ammalati, persone che vivono per strada e che, a volte, sono schiave di alcol e/o droga, ma anche poveri, tra cui anziani e bambini. Noi viviamo della provvidenza di Dio: ci sono tantissimi volontari che si avvicinano per aiutare in tutti i modi portando vestiti, mettendo a disposizione la loro professione, contribuendo con quello che possono”. Giovane studentessa con il sogno di diventare pediatra, di farsi una famiglia, suor Maria Vittoria, durante un ritiro, incrocia la sua storia con quella della missione Belem. Quella esperienza è così forte che decide di donarsi agli altri, di “rigenerare vita a fratelli che non si sentivano amati. Questo – racconta – ha portato tanta gioia al mio cuore al punto che, dopo aver fatto missioni di strada in Italia recandomi anche nelle carceri, incontrando la sofferenza e la solitudine di molte persone che in noi vedevano conforto, sono stata in Brasile dove ho proseguito il mio discernimento, frequentando la scuola di formazione della Missione, preparando fratelli al battesimo ed alla comunione, prendendomi cura degli ammalati. È stato allora che ho deciso di consacrare a Lui la mia vita. Incontrando i più piccoli, quelli che non si vedono, che soffrono, che sono devastati dalla droga e da altri tipi di sofferenze, ho sentito nascere dentro di me la gioia di poter incontrare Gesù proprio in loro, nella loro richiesta di aiuto, nel dare loro la possibilità di rinascere. Ora posso dire che sono felice perché vivo la mia vocazione di seguire Gesù e di donarmi a quelli più piccoli, più poveri che sono disprezzati e non hanno famiglia. Questa è la mia gioia”. La vocazione al sacerdozio per don Renato, invece, nasce quando, durante “una missione al nord del Brasile in una zona povera, a Belém do Parà, una ragazza mi ha chiesto di parlare e mi ha detto tutti i suoi peccati. Io mi sentivo davanti alla donna condannata che voleva ritornare a Dio e lì ho sentito fortemente il desiderio di potere essere ponte della misericordia di Dio e poter darle il perdono, il sollievo di cui aveva tanto bisogno, ma non essendo sacerdote non ho potuto farlo ed abbiamo fatto una semplice preghiera”. Il suo incontro con Gesù, invece, “non è stato semplice perché avevo un cuore molto duro – racconta – e ragionavo con pregiudizi su tutti i discorsi religiosi. Però, mi sono reso conto che mi faceva molto piacere aiutare le persone e quando ho iniziato a fare parte di un gruppo di giovani che aiutava le persone di strada non pensavo ad altro che aiutare. Questo aiutare mi rendeva felice, stare sotto il ponte con loro, nei marciapiedi. Un giorno ho portato un pasto a uno di questi fratelli che era molto ubriaco e non ha voluto neanche mangiare, mi sono seduto al suo fianco e lì mi diceva un po’ che era da poco per strada ma non ha voluto parlare più di tanto. Allora, ho proposto una preghiera e quando abbiamo finito lui ha preso la mia mano, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: ‘Tu eri sotto il ponte con la chitarra vero? Io ti ho visto, sono stato felice di te quel giorno’.  Questo per me è stato come se proprio Gesù mi dicesse: ‘Tutto quello che avete fatto al più piccolo lo avete fatto a me’”. Ora, qui, nella Diocesi di Lamezia, don Renato si sente “chiamato, come Missione Belém, per gli ultimi e so che è per questo che sono venuto in Italia. È una missione bellissima quella di potere trovare tutto il mondo per strada. Possiamo infatti conoscere ed evangelizzare tutto il mondo in un certo modo, questo è molto interessante trovarsi nella stessa tavola con fratelli indiani, arabi, del nord Europa e sud Africa che pregano, ringraziano a Dio insieme e condividono esperienze come una vera famiglia, solo Dio può fare questo”. Nei giorni scorsi, il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, in occasione della benedizione della cappella all’interno della casa di Platania, ha presieduto una Santa Messa ringraziando la Missione “che ha a cuore questa parte così cara dell’umanità che è quella che ha bisogno di riscoprire la bellezza di sé stessa: persa per strada e per strada, poi, recuperata e riportata alla vita. Vorrei ringraziare coloro che consentono questo servizio con la loro presenza, con la loro disponibilità, con la loro generosità – ha poi detto monsignor Parisi – : i laici; i volontari; don Armando che ha preso a cuore la missione Belem e sta indirizzando le sue forze perché questa porzione bella di Chiesa possa essere davvero servita con tutti i mezzi necessari ed utili perché l’umanità possa crescere, vivere insieme e mostrare la verità della vita dell’uomo, riscoperta, ristabilita, ricostruita dentro la storia”. “Il Signore si adora in spirito e verità – ha aggiunto il Vescovo -. Dal Vangelo sappiamo che Gesù è via, verità e vita. Ma Gesù, come ha voluto concretizzare la verità? Oggi, senza nessuna retorica e piaggeria, voglio dire che questa verità la trovo in esperienze come queste perchè, praticamente, qui, non solo costruiamo come pietre vive l’edificio spiritale, ma, soprattutto, con la forza del Vangelo, con la testimonianza della carità, con l’aiuto dello Spirito, viene edificata o riedificata l’immagine dell’umanità. Questa

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