Vita Diocesana

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“La grandezza dell’uomo si vede quando riesce ad asciugare le lacrime degli altri”

“Il dolore e la sofferenza che toccano alcuni di noi, che toccano le persone più fragili, anziché metterli da parte, li espongono all’adorazione del mondo intero, come un grande ostensorio attraverso il  quale si rivela tutta la fragilità dell’umanità. A volte siamo noi che facciamo finta di non vedere la sofferenza, la malattia e il dolore. Siamo noi che, a volte, ci mostriamo indifferenti nei confronti di coloro che hanno bisogno, che sono dipendenti dalle nostre attenzioni, dal nostro servizio, dalle nostre cure. Il Signore li ama in un modo speciale. Senza trascurare coloro che stanno bene, il Signore guarda con una passione molto particolare coloro che hanno più bisogno di attenzione, di tenerezza e di cura.” Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che, nella XXXIII giornata mondiale del malato, ha celebrato l’Eucaristia in Cattedrale alla presenza degli ammalati accompagnati dai volontari Unitalsi e da rappresentanti di diverse associazioni. La celebrazione è stata tradotta nel linguaggio dei segni a cura della sezione lametina dell’Ente Nazionale Sordi, presenti alla funzione. “Noi veniamo, dentro il mondo e dentro la storia, dall’amore appassionato di Dio per l’uomo e tutto il nostro cammino sulla terra deve riportarci dentro il cuore innamorato di Dio – ha proseguito il vescovo Parisi – Ma dentro questo mistero dell’amore di Dio ci sono realtà dure da accettare: il peccato, il dolore, la morte. Il Signore non ci abbandona e ci dà la possibilità, da peccatori, di sentirci amati, di riprendere il nostro rapporto con Lui e con i fratelli. Anche la morte, realtà che ci accomuna tutti,  il Signore l’ha colmata di un grande significato: il desiderio di vivere bene, di vivere una vita significativa. Per chi è nella malattia, la possibilità di offrire le proprie sofferenze per il bene di tutti. Per chi sta bene, il senso della vita è quello di curare, nella carne stessa di chi soffre, la carne del Figlio di Dio”. “Entriamo alla scuola dell’amore di Dio affinché, qualora dovesse verificarsi la sofferenza, la malattia, la morte, il senso della nostra vita si troverà sempre nell’amore di Dio e nell’amore che riusciamo a dare ai fratelli nel servizio, nella disponibilità e nel prendersi cura degli altri – ha concluso Parisi –  Incoraggio, dunque, voi che vi prendete cura dei fratelli più fragili, a continuare a svolgere questo servizio. La grandezza dell’uomo non si vede quando mostra i muscoli, ma quando, magari con gli occhi pieni di lacrime, riesce ad asciugare le lacrime degli altri.” Al termine della celebrazione, il vescovo Parisi ha somministrato l’unzione degli infermi alle persone ammalate presenti. Salvatore D’Elia The post “La grandezza dell’uomo si vede quando riesce ad asciugare le lacrime degli altri” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona”

    “Dietro la parola sanità ci sono tante persone ammalate ed è lì che dobbiamo intervenire ed operare con quella caratteristica che sa distinguere e mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona”. Questo, in sintesi, potrebbe essere il messaggio che il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha inteso lanciare stamani nel corso della Sana Messa da lui presieduta nella cappella dell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme, in occasione della XXXIII giornata mondiale del Malato. “Quando entro in un ospedale – ha detto monsignor Parisi – ho sempre la sensazione di entrare dentro un tempio, in una chiesa, perché qui c’è la parte dell’umanità più importante per noi in quanto l’uomo, l’umanità, che si trova dentro un letto di un ospedale è la rappresentazione concreta della nostra condizione” che “non è quella di chi è onnipotente”. Infatti, “la nostra condizione, anche quando stiamo bene, viene chiusa sempre dentro il grande cerchio del limite, della finitudine e della fragilità: io sto bene, ma dentro quel letto ci sono anche io. E questo discorso è talmente universale che supera quelle categorie affettive che spesso ci portano a giudicare e valutare ad attivarci. Io non sono interessato all’altro perché è mio parente, ma sono interessato all’altro perché in qualche modo c’è un legame e mi appartiene e perché è nella fragilità e nella piccolezza che si scopre la grandezza dell’uomo” ed “io devo intervenire con professionalità, competenza, coerenza e umanità, responsabilmente, per la cura della malattia.  Poi, c’è un altro passaggio che quella fragilità mi mette davanti ad uno specchio e io nell’ammalato ri-specchio la mia umanità, l’essere persona umana con una vitalità fortemente riconoscibile. E allora lì, lo sapete bene soprattutto voi che siete medici, paramedici, non curo più la malattia, lì mi prendo cura della persona”. “Ma, che cos’è la cura – ha chiesto monsignor Parisi -? La cura è l’intervento sulla malattia strettamente tecnico, professionale, professionalizzato e specializzato che mi consente, appunto, per quanto è possibile, di intervenire sul problema, ma non basta. A volte la gente da noi se ne va scontenta perché dopo la cura o insieme alla cura non riusciamo a prenderci cura della loro condizione, della loro situazione”. Infatti, “se la cura blocca – si spera – la malattia e quindi interviene sul presente, il prendersi cura interviene sul futuro della persona”. Prendersi cura, quindi, “significa farmi responsabile del futuro della persona che ho davanti a me: questo è il grande passo che siamo chiamati a compiere e qui non ci sono medicine, attrezzature o sovrastrutture che tengono. Qui c’è semplicemente la responsabilità che interpella direttamente il cuore della persona umana, il cuore del mondo”. Al termine della funzione religiosa, trasmessa in filodiffusione nei reparti, è intervenuto il direttore sanitario, Antonio Gallucci che ha ringraziato il Vescovo “per le parole importanti sul binomio tra curare e prendersi cura che la sua omelia ci ha regalato e che mi hanno toccato il cuore. È nella nostra umanità che si completa la nostra professione”. Saveria Maria Gigliotti The post “Mettere insieme la cura della malattia e il prendersi cura della persona” first appeared on Lamezia Nuova.

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La “domenica social” della parrocchia San Raffaele

ll 9 febbraio, presso la parrocchia San Raffaele Arcangelo in Lamezia Terme, si è svolta una domenica “social”. Un gruppo di educatori di Azione Cattolica, di catechiste e di animatori dell’oratorio parrocchiale, insieme ad alcuni giovani della parrocchia Santa Maria delle Grazie di Lamezia, ha preso parte a un interessante incontro guidato da don Giovanni Fasoli, sacerdote dell’Opera Famiglia di Nazareth, educatore, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario, esperto in tematiche riguardanti l’adolescenza e le nuove tecnologie. L’intervento del sacerdote si è sviluppato attorno alla domanda: “Connessi o sconnessi?”. L’esperto ha catturato l’attenzione dei giovani invitandoli ad intraprendere un vero viaggio attraverso il mondo dei social e dei giochi online. L’approccio utilizzato con i ragazzi è stato molto coinvolgente; li ha fatti sentire parte di un universo digitale che non è solo caratterizzato da rischi (che sono stati opportunamente evidenziati), ma offre anche opportunità. Li ha stimolati a guardare oltre lo schermo, ricordando che “dall’altra parte dello schermo, c’è sempre un essere umano, reale, o più di uno” e a “considerare sempre le conseguenze delle loro azioni”. Alle 11.00 don Fasoli ha presieduto la celebrazione della S. Messa in parrocchia, cui è seguito un allegro momento di convivialità dei partecipanti alla formazione, con le suore salesiane presenti a San Raffale, suor Pia e suor Angela, il parroco don Giuseppe Montano e don Francesco Farina, che ha accompagnato i giovani di Santa Maria delle Grazie. In serata, don Fasoli ha parlato agli adulti, esortandoli a raccogliere la sfida di “connettersi” e instaurare relazioni con i giovani. Ha suggerito di proporre esperienze significative e affascinanti, in grado di colmare il “vuoto” che spesso caratterizza i nostri ragazzi. In sostanza, si tratta di aprire il “terzo occhio” e adottare uno sguardo esplorativo nei confronti del mondo giovanile. The post La “domenica social” della parrocchia San Raffaele first appeared on Lamezia Nuova.

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“La chiesa in un quartiere è quel punto che ti fa guardare dal presente verso il futuro e se non fa questo non è Chiesa”

“La chiesa in un quartiere è quel punto che ti fa guardare dal presente verso il futuro e se non fa questo non è Chiesa”. Così il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha concluso il suo intervento al convegno “La chiesa di San Giuseppe Artigiano in occasione del XXV anno della sua consacrazione” Un intervento, il suo, nel corso del quale monsignor Parisi, tra le altre cose, ha evidenziato come “in un quartiere inesistente, con una planimetria che presenta soltanto una visione generale dall’alto di una di una città che si sta mettendo insieme per costituire quello che ancora non è, Lamezia Terme, ad un certo punto si costruisce una chiesa che diventa l’elemento di aggregazione con alcune dinamiche che sono, per esempio, quelle religiose in quanto la chiesa è il luogo all’interno del quale si riunisce una comunità. Poi, intorno a questa chiesa cominciano a venire edificati dei palazzi, delle case: si comincia a strutturare un ambiente urbano, si inizia ad antropizzare quella planimetria che prima era semplicemente nulla. Allora, intorno a quella chiesa si crea un aggregato urbano che ancora presenta quella inquietudine della ricerca dell’altro come figlio, come fratello, senza ancora riconoscerlo”. Ed è in questo contesto che la chiesa diventa elemento centrale per “creare socialità, comunità, per vivere una comunione. Allora, quel desiderio umano di mettermi in relazione con l’altro che non passa, e non può passare, dalla vendita del fratello e dai riconoscimenti successivi, ma deve passare necessariamente dalla prossimità con l’altro, dentro questa dinamica la chiesa fa la sua opera d’arte: cioè quella di un aggregatore capace di indicare la possibilità di trasformare una massa amorfa in un popolo strutturato. E questo – ha concluso il Vescovo – è il quadro più bello che una chiesa, una parrocchia, può realizzare: quella, cioè, di far convivere queste espressioni diverse dell’arte e, dentro queste espressioni diverse dell’arte, ognuno con la propria caratteristica e con la propria sensibilità”. Un momento di riflessione, quindi, che ha permesso di ripercorrere anche i momenti salienti della storia di questa giovane parrocchia scanditi dalla relazione dell’architetto Francesco Volpe che ha tracciato, a grandi linee, quelle che sono state le indicazioni degli aspetti architettonici che, negli anni, hanno rappresentato gli elementi chiave nella realizzazione delle chiese: “Con l’avvento del cristianesimo – ha detto Volpe – l’edificio per il culto è inteso come luogo per la collettività, per la comunità dei credenti che si riunisce per condividere la ‘Fractio Panis’ e l’ascolto della verità rivelata attraverso l’annuncio del Vangelo. Per tale motivo il ‘luogo’ assume la duplice valenza di luogo della comunità e luogo della presenza di Dio; ciò gli conferisce quella dimensione totalizzante e assoluta percepita e attesa da ogni persona che lo fruisce. Fulcro centrale del rito della Santa Messa è il Mistero di Cristo, morto e risorto, ma anche Verbo Eterno che si manifesta agli uomini mediante la Parola; pertanto, il rito si articola nei due momenti salienti dell’ascolto della Parola e del Sacrificio Eucaristico. Le prime comunità di Cristiani, dunque, necessitavano di uno spazio dove ascoltare la Parola, con conseguente spiegazione dei significati da parte dei ministri, e di uno spazio dove celebrare il rito eucaristico”. Maurizio Carnevali, invece, nell’offrire la lettura iconografica dei dipinti che ha realizzato nella chiesa, ha raccontato della sua esperienza di “visione materialistica ma mai scevra di una buona dose di spiritualismo che ostinatamente ho ricercato nell’animo mio, degli uomini e, quindi, della chiesa” che è stata, poi, alla base della realizzazione delle sue opere che raccontano “Giuseppe, Maria, Gesù nello splendore della propria vita terrena assurgere ad esempi spirituali così alti da avvicinarsi a Dio. La mia prima preoccupazione – ha detto – fu quella di realizzare un’opera che potesse essere condivisa dalla Comunità. Quale sarebbe stata, dunque, la cifra attraverso cui giungere a tale obiettivo se non quella di adottare un linguaggio, per molti versi universale, che attingendo alla storia della pittura religiosa, mi avrebbe portato alla narrazione iconografica dei temi in questione. Ciò naturalmente avrebbe comportato porre in secondo piano quelle soluzioni estetiche che in quel preciso momento erano in atto nella mia personale ricerca e che si indirizzavano verso esiti sicuramente più informali. Fu una scelta che comunque non mi procurò grande sacrificio poiché ero ben consapevole che avrei in ogni caso trovato un punto di equilibrio fra le mie convinzioni formali e le aspettative non solo della committenza, ma soprattutto, dei fedeli che avrebbero posato il loro sguardo giorno dopo giorno nel tempo a venire sul mio lavoro”. Per don Vincenzo Lopasso che ha approfondito con nota teologica i temi trattati nelle vetrate con il racconto della vita di Giuseppe l’egiziano e di Giuseppe padre putativo di Gesù, nella chiesa di San Giuseppe Artigiano “convivono antico e nuovo testamento. In qualche modo – ha detto – si vogliono richiamare gli antefatti della storia della salvezza, trattare delle origini, nascoste in Dio, di san Giuseppe; in pratica, invitare a riscoprire il piano di Dio realizzatosi in san Giuseppe nella lettura delle pagine dell’Antico Testamento che narrano la storia del suo antenato, Giuseppe il patriarca. Secondo la genealogia di Gesù del Vangelo di Matteo Giuseppe è figlio di Giacobbe. Tuttavia non direttamente, perché Giacobbe, figlio di Isacco, sta a capo della genealogia che inizia con Abramo Paradossalmente, però, in Matteo 1,16 leggiamo che gli ultimi anelli della catena che avvicinano a Giuseppe furono Mattan e Giacobbe, ‘il quale generò Giuseppe, lo sposo di Maria’. Se non può trattarsi del figlio di Abramo, menzionato all’inizio della genealogia, perché si nomina il padre di san Giuseppe con il nome di Giacobbe? Tale domanda è d’obbligo perché nella genealogia secondo Luca il padre di san Giuseppe è menzionato con il nome di Eli (Lc 3,23). Che Matteo abbia voluto presentare san Giuseppe alla luce dell’altro, figlio del patriarca Giacobbe?”. Ad apertura dell’incontro, il prefetto di Catanzaro, Castrese De Rosa, nel salutare i presenti, ha parlato del “senso di comunità che noi dobbiamo sempre più sviluppare. Siate vicini ai nostri sacerdoti – ha aggiunto –

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Vescovo ha benedetto la cappella della casa dei missionari della e sulla strada di Missione Belem

Una vera e propria “missione di strada” quella che quotidianamente svolge, anche nella nostra Diocesi, la missione Belem che ha sede a Platania e che da anni porta avanti la sua opera di evangelizzazione tra gli ultimi. Nata in Brasile, dove oggi ci sono 170 case di accoglienza, la sua opera si è diffusa in tutto il mondo con la creazione di questi luoghi che ospitano “gli ultimi” e dove la Parola di Dio è il centro da cui ripartire con la propria vita per “vivere una vita nuova: Si tratta di una grade famiglia – spiegano dalla Missione – per chi non ha famiglia”. “Non sono cliniche – tiene a precisare suor Maria Vittoria, 31 anni di Sassuolo -, ma si tratta di case dove sono accolti ammalati, persone che vivono per strada e che, a volte, sono schiave di alcol e/o droga, ma anche poveri, tra cui anziani e bambini. Noi viviamo della provvidenza di Dio: ci sono tantissimi volontari che si avvicinano per aiutare in tutti i modi portando vestiti, mettendo a disposizione la loro professione, contribuendo con quello che possono”. Giovane studentessa con il sogno di diventare pediatra, di farsi una famiglia, suor Maria Vittoria, durante un ritiro, incrocia la sua storia con quella della missione Belem. Quella esperienza è così forte che decide di donarsi agli altri, di “rigenerare vita a fratelli che non si sentivano amati. Questo – racconta – ha portato tanta gioia al mio cuore al punto che, dopo aver fatto missioni di strada in Italia recandomi anche nelle carceri, incontrando la sofferenza e la solitudine di molte persone che in noi vedevano conforto, sono stata in Brasile dove ho proseguito il mio discernimento, frequentando la scuola di formazione della Missione, preparando fratelli al battesimo ed alla comunione, prendendomi cura degli ammalati. È stato allora che ho deciso di consacrare a Lui la mia vita. Incontrando i più piccoli, quelli che non si vedono, che soffrono, che sono devastati dalla droga e da altri tipi di sofferenze, ho sentito nascere dentro di me la gioia di poter incontrare Gesù proprio in loro, nella loro richiesta di aiuto, nel dare loro la possibilità di rinascere. Ora posso dire che sono felice perché vivo la mia vocazione di seguire Gesù e di donarmi a quelli più piccoli, più poveri che sono disprezzati e non hanno famiglia. Questa è la mia gioia”. La vocazione al sacerdozio per don Renato, invece, nasce quando, durante “una missione al nord del Brasile in una zona povera, a Belém do Parà, una ragazza mi ha chiesto di parlare e mi ha detto tutti i suoi peccati. Io mi sentivo davanti alla donna condannata che voleva ritornare a Dio e lì ho sentito fortemente il desiderio di potere essere ponte della misericordia di Dio e poter darle il perdono, il sollievo di cui aveva tanto bisogno, ma non essendo sacerdote non ho potuto farlo ed abbiamo fatto una semplice preghiera”. Il suo incontro con Gesù, invece, “non è stato semplice perché avevo un cuore molto duro – racconta – e ragionavo con pregiudizi su tutti i discorsi religiosi. Però, mi sono reso conto che mi faceva molto piacere aiutare le persone e quando ho iniziato a fare parte di un gruppo di giovani che aiutava le persone di strada non pensavo ad altro che aiutare. Questo aiutare mi rendeva felice, stare sotto il ponte con loro, nei marciapiedi. Un giorno ho portato un pasto a uno di questi fratelli che era molto ubriaco e non ha voluto neanche mangiare, mi sono seduto al suo fianco e lì mi diceva un po’ che era da poco per strada ma non ha voluto parlare più di tanto. Allora, ho proposto una preghiera e quando abbiamo finito lui ha preso la mia mano, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: ‘Tu eri sotto il ponte con la chitarra vero? Io ti ho visto, sono stato felice di te quel giorno’.  Questo per me è stato come se proprio Gesù mi dicesse: ‘Tutto quello che avete fatto al più piccolo lo avete fatto a me’”. Ora, qui, nella Diocesi di Lamezia, don Renato si sente “chiamato, come Missione Belém, per gli ultimi e so che è per questo che sono venuto in Italia. È una missione bellissima quella di potere trovare tutto il mondo per strada. Possiamo infatti conoscere ed evangelizzare tutto il mondo in un certo modo, questo è molto interessante trovarsi nella stessa tavola con fratelli indiani, arabi, del nord Europa e sud Africa che pregano, ringraziano a Dio insieme e condividono esperienze come una vera famiglia, solo Dio può fare questo”. Nei giorni scorsi, il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, in occasione della benedizione della cappella all’interno della casa di Platania, ha presieduto una Santa Messa ringraziando la Missione “che ha a cuore questa parte così cara dell’umanità che è quella che ha bisogno di riscoprire la bellezza di sé stessa: persa per strada e per strada, poi, recuperata e riportata alla vita. Vorrei ringraziare coloro che consentono questo servizio con la loro presenza, con la loro disponibilità, con la loro generosità – ha poi detto monsignor Parisi – : i laici; i volontari; don Armando che ha preso a cuore la missione Belem e sta indirizzando le sue forze perché questa porzione bella di Chiesa possa essere davvero servita con tutti i mezzi necessari ed utili perché l’umanità possa crescere, vivere insieme e mostrare la verità della vita dell’uomo, riscoperta, ristabilita, ricostruita dentro la storia”. “Il Signore si adora in spirito e verità – ha aggiunto il Vescovo -. Dal Vangelo sappiamo che Gesù è via, verità e vita. Ma Gesù, come ha voluto concretizzare la verità? Oggi, senza nessuna retorica e piaggeria, voglio dire che questa verità la trovo in esperienze come queste perchè, praticamente, qui, non solo costruiamo come pietre vive l’edificio spiritale, ma, soprattutto, con la forza del Vangelo, con la testimonianza della carità, con l’aiuto dello Spirito, viene edificata o riedificata l’immagine dell’umanità. Questa

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La presenza ventennale di “Vivere in” a Lamezia Terme

  Ricorrendo i venti anni di presenza del movimento Vivere In a Lamezia Terme, nei giorni scorsi si è tenuto il convegno dal tema “Con Vivere In costruire positività”, che ha visto come relatori la presenza del nostro Vescovo, monsignor Serafino Parisi, e di Eugenio Scagliusi avvocato cassazionista, direttore della rivista Vivere In e componente del consiglio nazionale del movimento. L’incontro è stato moderato dal professore Tommaso Cozzitorto che, tracciando a grandi linee il suo personale rapporto con il fondatore don Nicola Giordano, ha permesso ai convenuti di essere introdotti in questo percorso di riflessione. Dopo i brevi interventi iniziali della responsabile lametina, la professoressa Maria Rita Di Cello, e dell’assistente spirituale don Francesco Benvenuto, monsignor Parisi, nella sua prolusione, ha perfettamente colto la specificità del carisma, declinandolo all’interno del processo di crescita della fede per ogni credente. Una spiritualità paolina, quella di Vivere In, che traccia la strada partendo da Romani 8, fortificata dalla certezza che Dio per amore grande entra nel mondo, per divinizzare e redimere quella carne ed elevarla alla dignità che le compete. Una scintilla di eternità che entra nella storia e dà all’uomo la possibilità di guardarsi, di rapportarsi con uno stesso metro, una misura, che come ci indica mons. Parisi, citando San Paolo, è rappresentata dalla statura di Gesù Cristo. Di fronte a questa verità, siamo chiamati a costruire novità di vita. Chiamati ad essere segno, immagine, manifestazione di Dio,coinvolgendo la pienezza del nostro vivere in tutte le sue caratteristiche. Una visione di nuova antropologia dove ogni uomo nel suo vivere quotidiano deve essere “reiterata incarnazione storica di Cristo”. Difronte a tutto ciò, Vivere In si apre attraverso una modalità di bene, una singolare spiritualità contemplativa, che, come affermato da Scagliusi, ha bisogno di uomini e donne non banali ma dallo sguardo profondo che non si lasciano distrarre dalle brutture quotidiane, ma sanno infondere e diffondere luminosità di vita. “Anche nelle rughe e nelle pieghe del vivere una luce rifulge”, così diceva il nostro fondatore Don Nicola Giordano: è il volto di Dio. Questo ci impegna a vivere una spiritualità contemplativa dinamica. È il vivere dentro le cose non distrattamente sapendo accogliere i doni ricevuti e spezzarli a beneficio dei fratelli facendoci giungere a quell’appagamento interiore, spegnendo in noi quella sete di armonia e di quiete. L’essere umano ha bisogno urgente di ritrovare la “casa”, abbandonata, perduta o profanata. Quella casa ricca dei valori dello Spirito, dove s’impara ad aprirsi ad alti valori, dove si sa godere, gioire, imparando a scoprire il bello che lo circonda, aprendosi ad una fiduciosa attesa del domani. Tutto è bello, tutto è buono, tutto è amabile, perché appartiene a Dio. Convinciamoci di tutto questo e da laicicattolici incarniamoci nel nostro ambiente, nel nostro ministero, con la consapevolezza di chi sa che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”. Movimento Vivere in Lamezia Terme The post La presenza ventennale di “Vivere in” a Lamezia Terme first appeared on Lamezia Nuova.

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Conclusa I edizione del concorso “Presepe a misura di bambino”

La II A dell’Istituto comprensivo “Rodari” di Soveria Mannelli si è aggiudicata il primo posto della I edizione del concorso “Presepe a misura di bambino”, organizzato dal settore scuola del Movimento Vivere in e ricevendo come premio la stilizzazione della Natività, realizzata ed offerta dall’artista crotonese Franco Scalise. Sono seguiti al secondo posto l’elaborato della V della primaria di San Pietro Apostolo in Tiriolo e al terzo posto l’elaborato di Gioia Cavalieri della I A dell’Istituto comprensivo “Ardito – don Bosco” di Lamezia Terme. Il settore scuola del Movimento Vivere In, per i suoi contenuti universali e per il suo forte valore pedagogico, ha fatto pervenire in questo nuovo anno scolastico a tutte le scuole della diocesi, la proposta didattica della prima edizione del Concorso Presepe a misura di bambino. Una progettualità che ha visto successivamente dal 23 dicembre al 7 gennaio 2025, presso la Biblioteca Comunale “Oreste Borrello” di Lamezia Terme, l’apertura al pubblico della Mostra Didattica di Presepi a misura di bambino, frutto dell’impegno di tanti piccoli e grandi alunni, dei propri insegnanti, frequentanti le scuole lametine e del comprensorio. La mostra, considerato che Vivere In risulta tra i firmatari del Patto per la lettura 2025, è stata inserita all’ interno delle iniziative attivate dal sistema bibliotecario lametino e biblioteca comunale “Natale in biblioteca”, pensate per valorizzare l’offerta culturale della città. Un’ idea che è nata dalla volontà di trasmettere il meraviglioso annuncio d’amore che Dio fa all’umanità intera, portando in seno al percorso progettuale un tema che è stato a loro affidato: Gesù porta della speranza. Speranza, dove tutto sembra disgregarsi, sotto i colpi di un feroce consumismo, lato oscuro del materialismo che si affida a pure operazioni di marketing che nel tempo hanno la forza di cancellare la vera grande rivelazione. Il nostro fondatore, don Nicola Giordano, ricordava ad ognuno di noi che“non è storia di ieri ma sarà sempre storia umana, perché è la storia che realizza il piano di Dio, che ha predestinato tutti gli uomini ad essere come il Figlio”. Ecco perché oltre ai risvolti spirituali, vi abitano pienamente anche quelli umani e sociali, che attraversano la vita di ognuno e la contaminano di bene, divenendo una opportunità educativa irrinunciabile. Il Concorso ha visto l’adesione di cinque istituti comprensivi che hanno presentato, complessivamente, 28 elaborati: “Perri- Pitagora” di Lamezia Terme “Ardito – don Bosco” di Lamezia Terme “Nicotera – Costabile” di Lamezia Terme “G. Rodari” di Soveria Mannelli “G. Guzzo” di Tiriolo Il messaggio veicolato nell’attività didattica, è che nel presepe c’è posto per tutti. I ragazzi hanno compreso che le “differenze” possono rimanere ma si possono e si devono annullare le“distanze”. È un posto dove nasce un bambino e quindi possiamo e dobbiamo viverci tutti. Ogni elaborato pervenuto, ha evidenziato estrema cura nella scelta dei materiali e armonianell’organizzazione, corredato come da regolamento dall’elaborazione di un messaggio finale, che ha rappresentato la sintesi della strada fatta. La giuria, composta dal professore Francesco Polopoli, dalla professoressa Nadia Rocchino, da don Francesco Farina e coordinata dall’assessore alla cultura del Comune di Lamezia Terme, Annalisa Spinelli, ha operato con accuratezza e scrupolosità, prendendo in esame il percorso ideato da ogni partecipante. La manifestazione conclusiva di premiazione ha visto la partecipazione di ogni istituzione scolasticacoinvolta, con la presenza di alunni, docenti, dirigenti e genitori, tutti riuniti nella bellissima sala della biblioteca comunale. Alle scuole partecipanti è stata consegnata una targa ricordo, accompagnata da un attestato recante la motivazione della giuria. La mattinata di allegria e gioia non poteva non concludersi con una piccola visita guidata. Difatti, gli alunni, i docenti, i genitori e i dirigenti presenti sono stati invitati a visitare la biblioteca e la casa del libro antico. Maria Rita Di Cello, “Vivere in” (Lamezia Terme) The post Conclusa I edizione del concorso “Presepe a misura di bambino” first appeared on Lamezia Nuova.

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Un convegno per ricordare i 25 anni della chiesa di San Giuseppe Artigiano

  “La chiesa di San Giuseppe Artigiano in occasione del XXV anno della sua consacrazione”. Questo il tema dell’incontro che si terrà il prossimo 8 febbraio alle ore 18.30 nel salone della chiesa San Giuseppe Artigiano. L’incontro, al quale sarà presente il vescovo, monsignor Serafino Parisi, sarà moderato ed introdotto dal parroco, don Fabio Stanizzo, e rappresenterà un’occasione, non solo per celebrare questa importante presenza nella Diocesi, ma anche un momento di riflessione durante il quale si alterneranno: Francesco Volpe che approfondirà gli aspetti architettonici; Maurizio Carnevali che effettuerà una lettura iconografica; don Vincenzo Lopasso che commenterà le vetrate con nota teologica. La chiesa dedicata a san Giuseppe Artigiano e consacrata il primo maggio 1998, nell’abside accoglie la raffigurazione della gloria del Santo ad opera del pittore lametino Maurizio Carnevali mentre le vetrate colorate raccontano la storia biblica di Giuseppe. “Questo incontro – dichiara il parroco – è stato organizzato anche per raccogliere le richieste di tanti fedeli che vogliono sapere qualcosa in più sulla storia della chiesa e sulle presenze ‘artistiche’ al suo interno come, ad esempio, le vetrate grazie alle quali possiamo rivedere i momenti salienti della vita di San Giuseppe”. Per questo motivo, “gli atti del convegno – aggiunge don Fabio – saranno pubblicati e consegnati alla comunità il primo maggio di quest’anno proprio in occasione dell’anniversario dell’apertura al culto della chiesa 25 anni fa”.   Saveria Maria Gigliotti   The post Un convegno per ricordare i 25 anni della chiesa di San Giuseppe Artigiano first appeared on Lamezia Nuova.

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Al via i “quindici giovedì di Santa Rita”

  “La speranza: desiderio e attesa del bene”. Questa la prima riflessione che giovedì sera (6 febbraio) darà l’avvio a “I quindici giovedì di Santa Rita” nella chiesa Santa Maria Maggiore di Lamezia Terme. Il tema scelto dal parroco, don Leonardo Diaco, infatti, per questo “cammino di fede” è fortemente legato al Giubileo 2025 che la Chiesa universale sta vivendo: “Spes non confundit” (la speranza non delude). “L’apostolo Paolo – così scrive papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo – infonde coraggio alla comunità cristiana di Roma. Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma. La speranza cristiana, in effetti, non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino”. Ed è proprio partendo da queste parole che i fedeli saranno accompagnati ne “I quindici giovedì di Santa Rita” in un percorso di meditazione e riflessione lungo il quale sarà declinata la speranza come: desiderio e attesa del bene; fiaccola che sostiene la vita; speranza nella tribolazione; messaggio dell’amore di Dio; speranza nello sguardo verso il futuro; nella sofferenza e nella malattia; finalità dell’esistenza credente; dinanzi al dramma della morte; della vita eterna; restituita dal perdono di Dio; dono di grazia nel realismo della vita; àncora sicura e salda per la vita. Per concludere con la speranza in Dio che non tramonta. Ogni giovedì alle 16:30 ci sarà l’esposizione del Santissimo e l’adorazione Eucaristica, seguite alle 17 dal Rosario di Santa Rita, Vespri, Supplica e Canto del Responsorio; per concludere alle 18 con la Santa Messa. Orari che si posticiperanno di un’ora il 30 marzo quando è previsto il cambio dell’ora. Saveria Maria Gigliotti The post Al via i “quindici giovedì di Santa Rita” first appeared on Lamezia Nuova.

Giubileo 2025, In primo piano, La Parola del Vescovo, Vita Diocesana

“Noi consacrati chiamati ad essere segno di contraddizione”

“L’espressione che deve contraddistinguere il servizio che tutti noi consacrati siamo chiamati a rendere alla storia e al mondo, è quella che l’evangelista Luca mette sulle labbra del vegliardo Simeone: essere segno di contraddizione. È questo il segno distintivo di tutti noi cristiani nella storia, a maggior ragione delle religiose e dei religiosi. A noi, come a Simeone, è posto il Cristo Signore nelle mani. A noi viene consegnato il Signore Gesù perché possa essere indicato al mondo e alla storia come quel segno di contraddizione che porta luce nella storia dell’umanità. O entriamo nella consapevolezza che Cristo è nelle nostre mani, come in quelle di Simeone, oppure, nella migliore delle ipotesi, dobbiamo rassegnarci a un mondo che aspetta ancora quel Signore Gesù che noi non riusciamo a mostrare.” Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che, nel giorno della Presentazione del Signore e giornata della vita consacrata, ha presieduto l’Eucaristia in Cattedrale con le religiose e i religiosi della diocesi. Quel “segno di contraddizione”, che Simeone indica nel Bambino di Betlemme venuto per la caduta e la resurrezione di molti in Israele,  è “l’elemento distintivo che riesce a comunicare pienamente il Cristo dentro l’umanità. Questo è il senso della nostra consacrazione. Certamente ci sono i nostri limiti, ma proprio le nostre fragilità sono lì a ricordarci, come afferma San Paolo, che abbiamo un tesoro in vasi di creta. A volte si manifesta, invece, una sorta di capovolgimento del senso della missione e  del servizio che siamo chiamati a rendere al Signore: questo avviene quando quel “segno di contraddizione” diviene semplicemente l’occasione per fare della nostra vita da consacrati una sorta palcoscenico dove, anziché portare i credenti a Gesù Cristo, portiamo invece gli altri ad esaltare noi stessi. E sono sempre i più piccoli a pagarne le conseguenze.  Facciamo nostro questo interrogativo, che non è assolutamente banale: ma io mi sto servendo del Signore per i miei progetti oppure il Signore è il riferimento della mia vita e il Signore è il riferimento di coloro che, attraverso di me, indegno, devono fare esperienza di Lui?  Ecco che l’espressione “essere segno di contraddizione” non può che diventare il piano programmatico della nostra esistenza, da fedeli cristiani prima e poi da consacrati al Signore Crocifisso e Risorto.” Il vescovo Parisi richiama due parole che rappresentano il cuore del servizio e della missione dei consacrati: onore e grazia. “Alla nostra indegnità è dato l’onore di essere chiamati, la possibilità di fare cose per noi altrimenti  impensabili – ha affermato il presule – Un onore che deve essere necessariamente mitigato dalla consapevolezza che tutto è grazia, che non è per i nostri meriti, non è per la nostra bravura, non è per le parole che diciamo e che magari vorrebbero catturare dentro una rete asfittica la vita delle persone magari in momenti di difficoltà. La grazia è gratuita perché il Signore muove il primo passo verso di noi, non viene per i nostri meriti ma per la sua misericordia e il suo amore. Noi siamo chiamati ad essere segno di contraddizione perché la comunità possa prendere in mano non noi per alzarci fino al cielo ma noi possiamo prendere tra le mani Cristo come Simeone, riconoscerlo, presentarlo al Padre e donarlo alla comunità”. Il mio augurio – ha concluso Parisi – “a me stesso, alle religiose e ai religiosi che operano nella nostra diocesi, è quello di poter dire insieme a Simeone: ho atteso questa Bellezza, l’ho attesa e ora la contemplo tra le mani. Il senso della mia vita è totalmente compiuto. Il Cristo rimane la Luce e io posso anche spegnermi. Chiedo per noi al Signore di poter far risplendere,  anche nelle nostre contraddizioni, colmate dalla misericordia di Dio, la Luce che è e rimane per sempre solo Gesù Cristo”. Dal vescovo Parisi, parole di gratitudine per il servizio svolto dalle religiose e religiosi in diocesi e l’invito a pregare per le vocazioni. Salvatore D’Elia The post “Noi consacrati chiamati ad essere segno di contraddizione” first appeared on Lamezia Nuova.

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